Villa Necker

villa Necker1In Via dell’Università 2 si trova Villa Necker, costruita nella seconda metà del Settecento dal commerciante Antonio Strohlendorf come casa di campagna in un’area occupata in origine dai terreni “dei Santi Martiri”. Nel Settecento la zona viene interessata dalla costruzione di numerose ville di ricchi commercianti, come George Hepburn (Villa Economo) e Heim Camondo (Villa Sartorio).
ddLa villa, di tre piani, è immersa in un esteso giardino, il primo all’italiana di Trieste, realizzato dall’ingegnere militare Vincenzo Struppi nel 1775, mentre gli elementi stilistici sono indubbiamente di origine francese, in stile Luigi XVI.
Al centro del pianoterra spicca un portico semicircolare con colonne su piedistalli, con tre aperture d’ingresso, mentre il parapetto è a balaustra in pietra bianca con piastrini decorati da rilievi floreali, su cui si aprono tre porte finestra.
1La parte centrale della facciata termina con un timpano con orologio mentre a decorazione della sommità del prospetto sono collocati dei vasi in pietra di stile neoclassico.
L’edificio presenta al piano terra un rivestimento a bugnato liscio a fasce orizzontali, interrotto da lesene, che dividono la facciata in cinque parti. Le finestre del primo piano terminano nella parte superiore con un timpano a forma triangolare, sono presenti inoltre teste di panduri come grondaie sul portico.


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5Riguardo l’origine della villa esistono diverse versioni, secondo alcuni  la villa fu commissionata dal barone Francesco Saverio de Königsbrunn e venduta al commerciante Domenico Perinello, mentre altri la attribuiscono all’architetto Giacomo Marchini, su progetto del francese Champion, giunto in città nel 1784 e al quale si deve anche il disegno di Villa Murat (oggi non più esistente).

Dopo la morte di Perinello nel 1786 la “Villa Anonima” (così veniva chiamata all’epoca) viene ceduta dai figli a Ambrogio Strohlendorf che nel 1790 la cede al conte siriano Cassis Faraone. Egli si dedica alla ristrutturazione della villa, orna il parco con giochi d’acqua, costruisce una ricca orangerie e decora con statue opera dello scultore udinese Antonio Marignani.
5cAntonio Cassis Faraone era un eccentrico e ricchissimo uomo d’affari di antica e nobile famiglia, originaria dell’altopiano siriano di Hauran, acquisendo nel tempo un tal potere da essere soprannominata Pharaon, cioè “colui che ispira paura”. Nel 1749 la famiglia si trasferì in Egitto dove da giovanissimo ricevette un incarico di prestigio al Ministero del Commercio e nel 1769 la Direzione delle dogane egiziane.
La famiglia Cassis Faraone divenne il principale referente del commercio estero in Egitto e grazie alle capacità diplomatiche il giovane Antonio instaurò ottimi rapporti sia con il governo asburgico, molto interessato all’espansione in Oriente, sia con i commercianti europei.
Ma verso la fine del Settecento l’Egitto divenne terra di sanguinose rivolte e Cassis fu costretto a lasciare Il Cairo e a stabilirsi definitivamente nel 1786 a Trieste dove divenne uno dei massimi esponenti del commercio con l’Oriente.
Straricco e ben introdotto tra la nobiltà locale, acquistò prestigiosi patrimoni fondiari e fu il primo proprietario del Teatro Comunale (ora “Teatro Verdi”), commissionò la palazzina a 3 piani di piazza della Borsa angolo via Roma (attuale sede del Credito Italiano) e acquistò da Ambrogio Strohlendorf Villa Anonima, a quei tempi vicinissima al mare in quanto non era stata ancora interrata la zona delle future rive. Ribattezzata Villa Cassis, si ergeva al centro di un immenso parco alla base del colle san Vito, allora costituito da appezzamenti coltivati e ameni sentieri fra alberi secolari.
teteDopo aver ristrutturato gli interni con gusto orientale e portandovi una strepitosa collezione di quadri e opere d’arte, delegò al capomastro Giacomo Marchini la creazione di uno spettacolare giardino con aranceti, pergolati, viti, statue e fontane con giochi d’acqua per sorprendere il fior fiore della nobiltà cittadina ospitata in questa splendida dimora degna del palazzo da Le Mille e una notte.

Assieme alla consorte Tecla Ghebara, con al seguito dei piccoli moretti, passeggiavano per il Corso Italia ornati da appariscenti costumi d’epoca con tanto di turbante e scimitarra per lui e vistosissime mise con gioielli assortiti per lei.
Con l’andar del tempo però le fortune di Cassis Faraone si ridussero progressivamente: alcune proprietà immobiliari furono vendute e una parte delle sue favolose collezioni finirono in mano dei più famosi antiquari londinesi e francesi e dopo una brevissima malattia, il 23 novembre 1805 l’eccentrico Conte morì lasciando tuttavia una cospicua eredità.
King_Jerome_BonaparteLa villa viene venduta nel 1820 a Gerolamo Bonaparte, fratello di Napoleone, Re di Westfalia e Principe di Montfort, da cui deriva il nome successivo di “Villa Principe Bonaparte” e sarà il luogo di nascita di Letizia e Girolamo Napoleone, rifugio dei napoleonidi in esilio, ritrovo dell’alta società e della cultura non solo triestina, ma europea nella prima metà dell’Ottocento.
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I Bonaparte trasformano la facciata con l’inserimento dell’orologio nel timpano centrale con una piccola nicchia in origine destinata ad una campana, sistemano delle aquile napoleoniche che decorano i camini della sala maggiore e riducono la villa di estensione a causa dell’apertura nel 1814 della strada lungo il lato destro. La moglie, principessa Caterina, fa costruire pergole con vista su tutto il golfo, una cappella, un teatro e arredi sontuosi, togliendo quelli di gusto asiatico di Cassis Faraone oltre alle statue gigantesche e le piante esotiche.

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Nel 1827 l’edificio passa in proprietà al ginevrino Alfonso Teodoro Carlo Francesco de Necker, titolare di una ditta di cambio e console di Svizzera a Trieste. Da questa data la villa assume il nome di “Villa Necker” e il parco viene radicalmente trasformato dal botanico Giuseppe Ruchinger di Monaco.
villa Necker2Nel 1851 la proprietà viene venduta al Comando della Marina Asburgica dove viene allestito un ospedale per ufficiali e soldati decorati, reduci dalla battaglia di Solferino per poi diventare la residenza del comandante del distretto marittimo, Leopoldo de Jedina e nel 1918 passa allo Stato Italiano, diventando sede del Comando Militare Regionale Friuli Venezia Giulia e Circolo Ufficiali.

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Palazzo della Banca di Praga

FT trieste-detush_N4447All’angolo tra Via Roma e Via Mazzini troviamo il Palazzo della Banca di Praga o Živnostenska Banka, costruito nel 1914 dagli architetti Josef Costaperaria e Osvaldo Polivka.
Nel 1911 l’amministrazione comunale di Trieste dato l’intenso traffico lungo la Via Ponterosso (ora Via Roma) che fa da collegamento tra la parte vecchia e quella nuova della città  con un movimento giornaliero di veicoli tale da rendere difficile il passaggio ai pedoni, decide di progettare l’allargamento della strada e la demolizione di alcuni edifici.
La Banca di Praga quindi acquista uno di questi nuovi lotti per costruire la sua sede, uffici e abitazioni.
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Il palazzo costituisce un esempio unico di architettura in cui si fondono le tecniche razionalistiche d’inizio Novecento con armonie di tardo gusto secessionista mitteleuropeo; è suddiviso in due parti principali con moduli espressivi diversi; la zona dove si trovano gli uffici (pianoterra e mezzanino) è stata progettata con grandi vetrate, dotate di cornici metalliche a scacchiera, mentre i piani superiori, adibiti ad abitazione, vedono aperture rettangolari più piccole e centinate con cornicioni in pietra chiara che risaltano sul rivestimento più scuro della facciata. All’ultimo piano in corrispondenza dell’ingresso principale c’è un balconcino con balaustra in ferro, mentre sulla facciata in vari punti sono presenti bulloni metallici.

FT trieste_0702All’ingresso principale ai lati della scalinata monumentale in marmo bianco, decorata con motivi liberty, è possibile notare due statue, una raffigura il Lavoro e l’altra l’Industria, opera di Ladislav Salun, furono posizionate dopo il 1926 mentre durante tutta la Prima Guerra Mondiale erano a Praga. Nel salone si trova un’altra statua degli stessi scultori raffigurante la Navigazione.
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Nel 1956 l’edificio venne ceduto alla Banca d’America e d’Italia, che commissionò diversi lavori di modifica agli interni e in particolare lo smantellamento della vetrata poligonale della sala d’aspetto mentre nel 1986 la scala a chiocciola originale fu sostituita con una scala a tre rampe ortogonali.
Dal 1995 il palazzo ospita una filiale della Deutsche Bank ma è tuttora possibile notare sulla facciata di via Mazzini le decorazioni in ferro del portone con le lettere “ŽB”, iniziali del nome originale: “Živnostenska Banka”.

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Casa Rusconi

FT trieste-borsa_N5530aIl palazzo che fa angolo tra Via Cassa di Risparmio e Piazza della Borsa, è noto con il nome di Casa Rusconi, costruito nel 1860 da Giovanni Scalmanini su commissione dei Rusconi, una famiglia di farmacisti stanziatasi a Trieste, ristrutturando massicciamente un immobile settecentesco, ed è uno dei pochi esempi di stile neorinascimentale veneziano a Trieste.

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L’immobile, a pianta rettangolare, è costituito da cinque piani con due facciate, la principale su Piazza della Borsa e una laterale su Via della Cassa di Risparmio.
Lo stile neorinascimentale è dato dagli archetti a tutto sesto e dai motivi decorativi geometrici e aperture a bifora.
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La parte centrale della facciata su Piazza della Borsa è caratterizzata da una nicchia, in cui è collocata una statua di Domenico Rossetti in veste togata, opera dello scultore Giovanni Depaul, mentre nel tondo sopra l’ingresso secondo alcune fonti il busto rappresenterebbe Alessandro Volta, secondo altre sarebbe Ambrogio Rusconi, tra i fondatori nel 1755 della Borsa di Trieste, ritratto appunto mentre la guarda.
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Al terzo piano vi è un tondo con una testa leonina, la facciata nel complesso è simmetricamente perfetta con bifore sormontate da lunette riccamente decorate.

La scelta dell’architettura rinascimentale veneziana deve essere interpretata in chiave politica come una manifesta rivendicazione dell’italianità di Trieste; confermata dalla statua sulla facciata che raffigura Domenico Rossetti come un novello Dante.

 

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L’edificio originario, costruito da Giovanni del Pane, ospitava la Libreria Geistinger, nella quale Domenico Rossetti fondò nel 1810 la Società di Minerva, la più antica associazione culturale della Regione ed una delle più antiche d’Italia, ancora attiva. Si propone di coltivare le scienze, le lettere, le arti e gli studi storici, oltre a promuovere iniziative culturali e l’esecuzione di restauri di monumenti cittadini.
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Successivamente il palazzo per molti anni fu sede dell’Hotel Daniel, e al pianterreno dove ora si trova la farmacia, venne aperta la prima sala cinematografica delle città, il “Cinema Americano” di proprietà del Signor Boecher, e la prima proiezione che inaugurò la sala nel 15 agosto 1905 fu il film “Napoleone” durato 15 minuti.

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Casa Polacco

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All’incrocio tra Corso Italia e Via Imbriani troviamo Casa Polacco, un edificio in stile liberty costruito nel 1909 dall’architetto Romeo Depaoli per Gisella Polacco al posto di uno slargo che allora era chiamato “Piazza delle pignatte” per via di un mercatino che vi si teneva e questo spiega come mai il palazzo è tuttora rientrante rispetto agli altri edifici del Corso.

 
t_2908549867_52bba65138_b_195L’edificio è a pianta irregolare con il pianoterra e il mezzanino adibiti ad uso commerciale con ampie vetrate per l’esposizione di merci, in particolare ospitò un negozio di merceria per ricci borghesi, il Grande Salone di Mode, dotato nel 1909 di una delle prime insegne luminose della città sulla facciata del Corso, poi fu sede della libreria editrice Italo Svevo, della ditta Richard Ginori e del Banco di Napoli.
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Le decorazioni sono eleganti e leggere, pilastrini e foglie di cardo ornano la facciata e le aperture; alla semplicità del pianoterra si contrappone la decorazione via via più ricca negli ultimi tre piani riservati alle abitazioni della famiglia Polacco, un cornicione aggettante, finestre con ghirlande e foglie sotto i davanzali e una fascia con musi di leone.

IMG_7420L’ingresso è posto sull’angolo smussato del palazzo, sormontato da una lunetta impreziosita da uno scudo con le iniziali del secondo proprietario dell’edificio, l’industriale Gastone Dollinar, mentre le finestre dei piani superiori sono delimitate da colonne corinzie.

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All’ultimo piano circondano un finestrone rotondo due figure femminili opera di Romeo Rathmann, nato a Trieste nel 1880 e morto a Londra nel 1962, già autore delle sculture di Palazzo Viviani Giberti; la tradizione vuole che riproducano le fattezze delle sue due amanti.

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Il Ferdinandeo

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Sul colle di Chiadino, immerso nel Boschetto del Farneto sorge il Ferdinandeo, edificio costruito tra il 1856 e il 1858 dall’architetto Giuseppe Sfozi su progetto di Georg Heinrich Friedrich Hitzig.
Il territorio era occupato in origine da vigne, campi e boschi, ed era la località ideale per la caccia e il tiro a segno dei nobili triestini.

Ferdinandeo01Agli inizi dell’Ottocento la zona venne bonificata e sistemata con la creazione di “bellissime strade, separando quelle destinate ai pedoni da quelle più larghe pei ruotabili e cavalieri” e di un nuovo sentiero utilizzato per raggiungere la sommità del colle, conosciuta come “Il Cacciatore” dal nome della piccola birreria che era qui presente.
05bl3L’edificio si chiama Ferdinandeo in onore dell’Imperatore Ferdinando I che nel settembre 1844 donò il bosco di sua proprietà alla città di Trieste, aprendolo al pubblico.
Le fonti dell’epoca scrivono “destinato ad ospitare chi desideri passare l’estate in questa deliziosa località, e dotato anche di sala da ballo al pianterreno, sale da pranzo, da gioco, del caffè e tre gallerie” infatti l’edificio era dotato di stanze per i villeggianti, l’Hotel Ferdinandeo, e una grande terrazza adibita a ristorante, rimasti attivi fino al 1914.
Durante la Seconda Guerra Mondiale il palazzo venne occupato prima da un Comando Tedesco, poi da partigiani slavi e successivamente dagli anglo-americani che si impossessano di gran parte degli arredi.
Nel 1985 l’edificio viene restaurato attraverso la sistemazione degli ambienti interni, il rifacimento degli intonaci esterni e la demolizione della veranda d’ingresso e dal 1993 ospita il MIB, Master International Business, consorzio creato dalle Università di Trieste ed Udine.

DSCF0076Il Ferdinandeo è a due piani, con una pianta ad “U” e la facciata centrale è compresa tra due torrette. Sul bordo della terrazza c’è una balaustra ornatada un gruppo scultoreo dell’artista Cameroni costituito da due figure femminili, rappresentanti Giustizia e Gloria, reggenti una ghirlanda con al centro il busto di Ferdinando I, con l’iscrizione “Recta Tueri” il motto dell’imperatore e un’epigrafe latina che commemora il dono del Boschetto alla cittadinanza.

Al secondo piano i timpani delle finestre sono decorati con busti femminili, mentre nella facciata laterale si apre una loggia ad arcate, e il parapetto presenta dei motivi floreali, sopra le tre porte finestre un timpano con una ghirlanda e dei nastri.
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Per quanto riguarda gli interni: “La grande sala a pianoterra, alta e spaziosa, con gallerie e colonne, decorata con gusto, è adattissima per farvi feste e balli. Sotto vi sono le cucine e cantine, e nei piani superiori gli alloggi comodi, bene dipinti e bene ammobiliati.

Il grande salone asburgico destinato a feste e banchetti imperiali, decorato con colonnati, absidi e gallerie, è stato trasformato in una sala convegni perfettamente attrezzata, mantenendo intatti gli elementi decorativi, gli stucchi, i pavimenti lignei e il soffitto a cassettoni.

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Palazzo del Lloyd

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In Piazza Unità, affacciato sul mare, troviamo il maestoso Palazzo del Lloyd Triestino. Fu progettato e realizzato tra il 1880 e il 1883 dall’architetto Heinrich von Ferstel per la potente società di navigazione fondata nel 1833 con il nome di Lloyd AustroUngarico.

 

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Sull’imponente facciata principale, ispirata al Rinascimento, sono incavate in una nicchia due fontane allegoriche incavate che rappresentano  Teti, l’acqua dolce, e Venere, l’acqua salata, proteggendo le molte navi della compagnia che solcavano i mari, opere di Joseph Pokorny e Hugo Härdlt. In origine dalla fontana di Teti fuoriusciva acqua dolce mentre dalla fontana di Venere, mediante un meccanismo di pompaggio, sgorgava acqua di mare.

jj7535903954_4568d70aee_oL’attico invece è ornato da quattro statue su piedistalli raffiguranti (da sinistra) Eolo, dio dei venti, Mercurio, dio dei commerci, Vulcano, dio del fuoco e Poseidone, dio dei mari, mentre il gruppo centrale è composto da figure femminili con uno scudo che raffigurano le Vittorie Alate: quella a sinistra alza un ramo di quercia simbolo della forza ed al suo fianco un putto simboleggia il lavoro, quella a destra alza una corona di alloro simbolo della gloria affiancata da un putto seduto su una barca che simboleggia il mare, il tutto circonda l’emblema della compagnia e sovrasta l’insegna. La scritta “Lloyd Triestino” fu collocata negli anni Trenta in sostituzione di un grande stemma del Lloyd Austro-Ungarico.

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Nella facciata lato mare troviamo un balconcino con balaustra in ferro battuto e due statue, Leucotea, protettrice dei naufragi, con in braccio il figlio Palemone, dio del porto sicuro, a sinistra e Urania a destra, patrona della navigazione e dei naviganti
L’edificio, a pianta quadrata con corte interna, si compone di pianoterra, ammezzato e due piani superiori.
kyygLa portafinestra che si apre sul balcone del piano nobile presenta in chiave di volta un mascherone raffigurante Tritone e due figure femminili ai lati, mentre ai balconi laterali troviamo coppie di telamoni.
P1170840All’interno il pian terreno del palazzo è caratterizzato da due ampi corridoi che lo attraversano unendo i quattro ingressi posti al centro delle facciate, corridoi delimitati da un imponente colonnato in marmo veronese.
Il primo piano si raggiunge per mezzo di una ampia scalinata monumentale in pietra del Carso con una finestra a vetrata del 1884 opera del viennese Ranke, all’interno lo stemma del Lloyd è modificato,  quello originale (filo asburgico) è visibile in alcuni decori.

 

 

P1170806La scalinata dà accesso ad un immenso salone in stile asburgico, con un soffitto costituito da volti dorati ed ornato con ritratti dell’Imperatore Francesco Giuseppe e della consorte Elisabetta d’Austria, Sissi.
Nel salone al posto d’onore stavano i ritratti dei Regnanti del momento, per cui nel 1884 furono messi i ritratti di Francesco Giuseppe e dell’ imperatrice Elisabetta ma nel 1918 vennero sostituiti da due quadri rappresentanti Vittorio Emanuele III e la regina Elena, in seguito tolti e sostituiti da due specchi.
Nel 1982 vennero trovati fra i reperti del Museo de Henriquez i due ritratti che vennero poi restaurati e rimessi al loro posto originario nel 1983.

P1170791Le sale sono decorate con stucchi a motivi marini e quadri di pittori triestini come un dipinto del pittore Butti rappresentante La prima flotta del Lloyd, i due quadri raffiguranti il Commercio e l’Industria di Barison, oppure la “Pancogola servolana” di Sambom (donna che cuoce e porta il pane).

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In fondo al corridoio c’è un bassorilievo di Giovanni Mayer la “Saturnia Tellus” che si trovava nell’omonima nave, sopravvissuto alla sua demolizione. Ovunque lungo i corridoi i modellini della navi del Lloyd Adriatico.
Oggi è la sede della Presidenza della Giunta della Regione Friuli Venezia Giulia.

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Il Lloyd Triestino, costituito nel 1833, ebbe la prima sede in piazza Tommaseo.
Nel 1878 si incominciò a individuare le aree per la costruzione di un nuovo palazzo. Nel 1880 fu acquistato il fondo della Pescheria e venne indetto un concorso per la progettazione del Palazzo del Lloyd, al quale parteciparono architetti di Vienna e di Trieste. Vennero presentati sette progetti, ma nessuno di questi rispondeva alle esigenze del Consiglio del Lloyd, per cui si decise di affidare la costruzione al Consigliere superiore edile Heinrich von Ferstel. Egli optò per il sistema delle fondamenta larghe e poco profonde, considerando la natura melmosa del terreno di riporto. Per lo stesso motivo venne sconsigliata l’erezione di una torre, originariamente prevista su lato mare.
9682666760_242544ace6_oLa prima pietra fu posta il 6 dicembre del 1880, l’edificio andò ad occupare lo spazio lasciato libero dall’interramento del vecchio squero di San Nicolò che per un periodo fu usato come piazzale adibito a mercato, la costruzione fu completata nel 1883.
Il primo maggio 1945 il palazzo fu seriamente danneggiato dai colpi di artiglieria sparati dai tedeschi.

 

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I giorni di Trieste: 1954 – La restituzione di Trieste

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 I giorni di Trieste: La città contesa

Teatro Verdi 23/02/2014

Prof Andrea Graziosi

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Nel 1954 Trieste ritorna all’Italia.
È l’unica delle città contese europee a non passare di mano, come succede invece a Leopoli, polacca, ebraica e ucraina, divenuta ucraina e russa, a Vilnius, polacca e ebraica e poi lituana e russa, ma anche ai centri ungheresi della Transilvania, a quelli tedeschi del Baltico, o a quelli armeni e greci della nuova Turchia. Passaggi che hanno coinciso con alcune delle tragedie del XX secolo e che hanno visto il comunismo sostenere le teorie nazionalistiche. La seconda guerra mondiale e la guerra fredda hanno inciso sui destini di queste città, e in particolare su quelli di Trieste che riesce invece a restare italiana. Ma a che prezzo?

Rivolta_di_Trieste_1953Trieste ha fatto parte del gruppo delle città plurilingui europee,  città che all’inizio della grande modernizzazione erano abitate da popolazioni miste, con lingue e spesso religioni diverse, di cui una in genere dominava le altre, sia dal punto di vista economico che da quello culturale, e spesso anche da quello demografico. Erano inoltre in genere città circondate da campagne abitate invece da popolazioni diverse per lingua e religione da quelle urbane. Queste città esistevano anche nella parte occidentale del nostro continente, come Dublino o Belfast, ma anche ad alcune città dei paesi baschi. In quella orientale, però, costituivano quasi la regola: per esempio Praga dominata dai tedeschi e con un forte insediamento ebraico, dove i cechi erano duecento anni fa una minoranza, o a Vilnjus, una città polacca e ebrea circondata da campagne lituane. Ma anche a Salonicco, Riga, Leopoli, Bratislava, Wroclaw ecc.

trieste4nov1Già nel corso del XIX secolo la veloce urbanizzazione portò nelle città masse crescenti di contadini, attratti dallo sviluppo industriale, ponendo le basi per conflitti sempre più acuti, ma ancora pacificamente risolti, fatta eccezione per le zone dei Balcani resesi indipendenti dai turchi, dove spesso le popolazioni urbane musulmane, prima dominanti, furono perseguitate e comunque costrette ad emigrare.
Questi contadini si scolarizzarono, presero infatti a reclamare loro scuole, loro istituzioni culturali e loro chiese, un processo facilitato dalla progressiva democratizzazione, che allargava il diritto di voto, ed era naturalmente osteggiata dai vecchi gruppi dominanti.

Gruppi linguistici a Trieste

1910 1921 1971
ITALIANI 65% 91,8% 94,3%
SLOVENI 24,8% 8,2% 5,7%
TEDESCHI 5,2%

Tabella demografica di Trieste

1850 70.000
1880 145.000
1910 230.000
1921 239.000
2010 203.000

jjA Trieste la popolazione slava crebbe fino a reclamare il possesso della città in base alla teoria esposta da Tito, ma formalizzata già nel 1921 da Stalin riecheggiando gli argomenti del nazionalismo romantico, secondo cui le città appartenevano alle campagne circostanti.
Ma perché alla fine Trieste fu l’unica delle “città contese” a non passare di mano, come accadde per esempio a Leopoli, Vilnjus o Smirne? Per ragioni politiche e geografiche. La guerra fredda, che già nel 1945 contrapponeva gli ex alleati, permise infatti agli italiani di sfruttare i conflitti tra i vincitori: gli angloamericani, che all’inizio gli erano stati favorevoli, presero allora le distanze da un Tito che nel 1945 era forse il campione più determinato dell’Urss e delle politiche staliniane.

trieste4nov3Ciò rese possibile agli italiani difendere Trieste, cosa facilitata dalla sua vicinanza geografica all’Italia. Da questo punto di vista, fu un bene che i conflitti tra Tito e Mosca scoppiassero solo nel 1948. Se fossero scoppiati prima, e gli alleati avessero assunto prima una posizione filo-jugoslava, è probabile che Trieste sarebbe caduta nelle mani di Tito. La svolta del 1948, che peggiorò sensibilmente la posizione italiana, fu invece determinante nel decidere delle sorti dell’entroterra, e quindi delle limitatissime dimensioni dell’insediamento italiano, ridotto al territorio urbano e alla piccola striscia che lo collegava al “corpo della nazione”. Trieste si ritrovò così ancora italiana, ma separata dai territori cui era stata tradizionalmente legata, e quindi costretta a vivere una vita difficile, se paragonata al grande sviluppo precedente.
Trieste è l’unica città contesa che riesce a conservare la sua identità nazionale di partenza.

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Il ritorno dell’Italia
Nel 1954 Italia e Jugoslavia si spartirono il Territorio Libero e Trieste (Zona A) ritornò a far parte dell’Italia, mentre l’Istria (Zona B) venne assegnata alla Jugoslavia.

Nel 1975 il trattato di Osimo sancirà definitivamente questa divisione.

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