Palazzo Genel

fd3c97f62a_3634975_medIl palazzo, che affaccia su Piazza Ponterosso, venne realizzato tra il 1876 ed il 1878 su progetto dell’architetto Antonio Bacichi (ma i documenti nell’Archivio Tecnico del comune riportano il nome di Domenico Monti) nel luogo in cui sorgeva la casa settecentesca di Pietro Antonio Rossetti, per il committente Alessandro Genel, ricco commerciante tessile, e i fratelli Felice e Agostino, proprietari di manifatture in via Pozzo del Mare, piazza Vecchia e via Malcanton.

CatturaDai primi del ‘900 il palazzo diventa sede bancaria, nel 1913 ospitò la sede della Banca Anglo-Austriaca mentre nel 1927 venne completamente ristrutturato per ospitare i locali della Banca Commerciale Italiana, poi Banca Commerciale Triestina e infine dal 1938 è sede della Banca Nazionale del Lavoro a Trieste.

palazzo-genelLa struttura, a pianta quadrata, ha cinque piani e le facciate, trattate a bugnato liscio a fasce, presentano un pianoterra con una serie di archi a tutto sesto con massicce inferriate in ferro battuto incorniciati da chiave di volta, mentre gli altri piani presentano undici fori finestra rettangolari arricchiti da cornici in pietra.

 

04xh2Il prospetto su Piazza del Ponte Rosso e quello su Via Cassa di Risparmio sono caratterizzati da un corpo centrale monumentale aggettante con sei colonne ioniche, scanalate e decorate a rilievo e  balconi con balaustre in pietra. Le colonne di ordine gigante sostengono un architrave con decorazioni a motivi floreali mentre a coronamento della facciata c’è una balaustra con sei vasi in stile neoclassico.

All’interno invece è presente una corte quadrata con copertura a padiglione in vetro decorato, il piano terra è costituito da pilastri e archi, con soffitto a voltine di mattoni, uno scalone monumentale, dei gruppi di ascensori e locali blindati.

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Gasometro del Broletto

9'JAll’inizio di Via Svevo si staglia imponente il Gasometro, costruito nel 1901 nell’allora Via Broletto, dal nome della valle omonima, appartenuta alla nobile famiglia Giuliani, e dal 1869 di proprietà di Giuseppe Millanich.
Quest’area dalla prima metà dell’Ottocento è interessata da un forte sviluppo urbanistico di tipo industriale con la costruzione di cantieri ed industrie, come lo Stabilimento navale Adriatico, lo Stabilimento Tecnico Triestino e l’Arsenale del Lloyd.
Sul finire dell’Ottocento l’aumento di consumo di gas sia pubblico sia privato dovuto all’espansione della città, fa emergere l’esigenza di ampliare le strutture già esistenti impiegate in tale produzione (la prima, Usina Comunale del Gas, era già attiva dal 1846), per questo viene programmata la costruzione in località Broletto di un gasometro a tenuta idraulica più nuovo e più grande.
17435826L’ edificio viene realizzato su disegno dell’ingegnere civile Francesco Buonaffi su indirizzo dell’Azienda Comunale Elettricità Gas Acqua di Trieste. La struttura, circolare di pietra e ferro, ha un diametro di 45 m ed è alta 35 m, con una capacità pari a 20.000 mc di gas. Il gasometro è di tipo “a tenuta idraulica” altrimenti detto “a vasca d’acqua” ed è dotato di una cupola con l’interno rivestito in legno, mentre all’esterno presenta numerose finestrelle ed cuna lanterna con ballatoio e diversi motivi decorativi. Sulla facciata sono presenti 14 ampie vetrate a struttura metallica ed un manometro in pietra coronato da una lastra recante l’iscrizione “ADMCMII”.

3557757220_0c97142b11_bSopravvive ai bombardamenti del 1916, rimanendo però inattivo durante la Seconda Guerra Mondiale e nel 1947 viene chiuso. Rispetto ad altre strutture simili, il Gasometro del Broletto non viene demolito ma protetto come bene di interesse culturale, preservando solo la struttura esterna. Nel 2007 fu proposto di recuperarlo come planetario e museo dell’astronomia, ipotesi caduta nel vuoto.

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Via della Zonta

f4__1383390079_78.12.170.182Via della Zonta è la strada che da Via Paganini porta in Via Valdirivo, vicino Piazza Sant’Antonio. Il nome indica la Fontana della Zonta (aggiunta in triestino, dal latino “iuncta“) posta qui nel’400.
Con questo termine si indicava l’acqua versata sulle vinacce durante la vendemmia per allungare il vino. Fin dal ‘300, come testimoniano gli statuti, si stabilirono forti multe per chi veniva sorpreso ad adulterare il vino sopra un dato quantitativo.

fontanaZonta1900-viLa fontana sorgeva al centro della piazzetta (l’incrocio tra Via della Zonta, dei Cordaroli e el Molin Piccolo), aveva una forma ottagonale e funzionava a pompa, raccogliendo l’acqua direttamente dalla valle di San Giovanni di Guardiella, accanto alla fontana era presente una . In origine era intitolata a San Niceforo in onore del santo vescovo che, secondo la leggenda, aveva fatto scaturire l’acqua proprio in quel punto, come aveva già fatto in alcuni paesi dell’Istria.
Nel 1754 fu scavato il Canal Grande e un tubo sotterraneo conduceva l’acqua da questa fontana ai due ceffi (le due faccie) posti alla fine del Canale ancora oggi. La conduttura andò distrutta quando si costruirono le fondamenta della nuova Chiesa di Sant’Antonio Thaumaturgo.

1485881_10201467056454710_986610998_oNel 1760 Maria Teresa d’Austria fece ampliare il serbatoio sotterraneo in modo da alimentare anche il vicino lavatoio costruito in quel tempo, tramite un canale sotterraneo. Nel 1822 venne eseguito dai capi muratori Valentino Valle e Angelo Torriani un importante restauro, venne coperta da una struttura ottagonale e vennero purificate le acque per renderla potabile e avere una nuova fonte di approvvigionamento per la città. L’edificio che circondava la fontana subì numerosi restauri ma nel 1821, durante uno di questo, crollò rovinosamente e nel 1889 venne decisa la demolizione della fontana al fine di utilizzare lo spazio ottenuto per un mercato, sostituito successivamente in via Carducci.
Il termine “zonta” rimase proverbiale per i triestini anche dopo la scomparsa della fontana.

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Via della Pietà

IMG_6943Si trova sulla destra rispetto all’Ospedale Maggiore (allora Civico Nosocomio), partendo da Piazza dell’Ospitale e finendo in Via Rossetti.
Deve il suo nome perché sul lato dell’ospedale si trovava la ruota degli esposti (oggi murata)ovvero un tamburo rotante con un lato aperto inserito nel muro, che permetteva di abbandonare in completo anonimato un neonato che veniva poi accolto pietosamente.
IMG_6942La ruota, girando messa in funzione dal peso del bambino, faceva suonare un campanello all’interno, poi veniva preso e allevato a spese del Comune.
Sopra la ruota rimane ancora oggi la lapide con l’iscrizione “Perché il padre mio e la madre mia mi hanno abbandonato? Ma il Signore si è preso cura di me. “(Salmo XXVI, v.10), mentre sotto il cornicione si vede ancora lo spazio una volta occupato dalla ruota, murata nel 1875 per motivi economici.
Sullo stesso lato della via, più avanti, c’è l’ingresso della Cappella della Pietà, dove vengono benedette le salme dei defunti. Proprio a questo si riferiscono i versi di Umberto Saba:

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Ma ancor di sé l’attrista l’ospedale,
che qui le sue finestre apre e la porta,
dove per visitar la gente morta,
preme il volgo perverso, e come fuori
dei teatri le carrozze in riga nera,
sempre fermo ci vedo un funerale. 

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di Daniele De Marco

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Torre del Lloyd

In Via von Bruck 3 troviamo la Torre del Lloyd, parte dell’Arsenale del Lloyd Austriaco (vedi Palazzo del Lloyd).
I lavori di costruzione iniziano nel 1852 con l’interramento della spiaggia e il 31 maggio 1853, alla presenza dell’arciduca Ferdinando Massimiliano, viene posta la prima pietra.

40863092Il complesso dell’Arsenale del Lloyd è costituito da due corpi di fabbrica collegati tramite un ponte esterno sopra un arcata, completati nel 1858 ma entrati in funzione a partire dal 1860.
Il progetto della torre d’accesso fu affidato all’architetto Christian Hansen,e all’ingegnere Edward Heider che la concepirono come una torre merlata in stile neogotico (allora molto diffuso nell’Impero asburgico di metà Ottocento, forse ispirandosi anche al Castello di Miramare) realizzata in blocchi di pietra arenaria rivestiti da pietre squadrate in calcare bianco proveniente dalle cave di Pola, con finestre ad arco a tutto tondo e merlatura in cima al tetto.

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I due leoni in pietra che ornano la Torre dell’Arsenale agli angoli del lato verso la strada in origine erano quattro, ma due furono distrutti dai bombardamenti nel 1945. Furono scolpiti dallo scultore triestino Giuseppe Capolino (molte delle sue opere sono conservate al Museo Revoltella) che, malato di nervi e molto superstizioso, era convinto che i leoni fossero stregati e che uno spirito malvagio di notte infierisse sulle  statue ancora plasmate in argilla, mentre la colpa era solo dell’umidità dello studio.

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In cima alla Torre svettano ben quattro orologi, uno per ogni lato, mentre sul ponte merlato campeggia, su entrambi i lati, l’insegna del Lloyd Austriaco di Navigazione, anche se nel 1918, hanno del passaggio di Trieste all’Italia, vennero scalpellate le iniziali L. A. poste ai lati dell’ancora, come pure la corona imperiale che sovrastava lo scudo, mentre dal cartiglio venne rimosso il motto “Vorwaerts!” (“Avanti!”).

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L’attività armatoriale dell’arsenale del Lloyd Austriaco durò fino al 1910, in seguito assunse il nome di Arsenale del Loyd Triestino e l’attività si ridusse prevalentemente a lavori di riparazione.
Durante la seconda guerra mondiale il complesso dell’Arsenale fu in parte distrutto dai bombardamenti egli unici fabbricati originali dell’epoca rimangono la torre e l’edificio retrostante.

Attualmente la Torre è sede dell’Autorità Portuale di Trieste e all’interno è stato allestito un piccolo museo che ospita reperti della tradizione navale austro-ungarica.

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Villa Necker

villa Necker1In Via dell’Università 2 si trova Villa Necker, costruita nella seconda metà del Settecento dal commerciante Antonio Strohlendorf come casa di campagna in un’area occupata in origine dai terreni “dei Santi Martiri”. Nel Settecento la zona viene interessata dalla costruzione di numerose ville di ricchi commercianti, come George Hepburn (Villa Economo) e Heim Camondo (Villa Sartorio).
ddLa villa, di tre piani, è immersa in un esteso giardino, il primo all’italiana di Trieste, realizzato dall’ingegnere militare Vincenzo Struppi nel 1775, mentre gli elementi stilistici sono indubbiamente di origine francese, in stile Luigi XVI.
Al centro del pianoterra spicca un portico semicircolare con colonne su piedistalli, con tre aperture d’ingresso, mentre il parapetto è a balaustra in pietra bianca con piastrini decorati da rilievi floreali, su cui si aprono tre porte finestra.
1La parte centrale della facciata termina con un timpano con orologio mentre a decorazione della sommità del prospetto sono collocati dei vasi in pietra di stile neoclassico.
L’edificio presenta al piano terra un rivestimento a bugnato liscio a fasce orizzontali, interrotto da lesene, che dividono la facciata in cinque parti. Le finestre del primo piano terminano nella parte superiore con un timpano a forma triangolare, sono presenti inoltre teste di panduri come grondaie sul portico.


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5Riguardo l’origine della villa esistono diverse versioni, secondo alcuni  la villa fu commissionata dal barone Francesco Saverio de Königsbrunn e venduta al commerciante Domenico Perinello, mentre altri la attribuiscono all’architetto Giacomo Marchini, su progetto del francese Champion, giunto in città nel 1784 e al quale si deve anche il disegno di Villa Murat (oggi non più esistente).

Dopo la morte di Perinello nel 1786 la “Villa Anonima” (così veniva chiamata all’epoca) viene ceduta dai figli a Ambrogio Strohlendorf che nel 1790 la cede al conte siriano Cassis Faraone. Egli si dedica alla ristrutturazione della villa, orna il parco con giochi d’acqua, costruisce una ricca orangerie e decora con statue opera dello scultore udinese Antonio Marignani.
5cAntonio Cassis Faraone era un eccentrico e ricchissimo uomo d’affari di antica e nobile famiglia, originaria dell’altopiano siriano di Hauran, acquisendo nel tempo un tal potere da essere soprannominata Pharaon, cioè “colui che ispira paura”. Nel 1749 la famiglia si trasferì in Egitto dove da giovanissimo ricevette un incarico di prestigio al Ministero del Commercio e nel 1769 la Direzione delle dogane egiziane.
La famiglia Cassis Faraone divenne il principale referente del commercio estero in Egitto e grazie alle capacità diplomatiche il giovane Antonio instaurò ottimi rapporti sia con il governo asburgico, molto interessato all’espansione in Oriente, sia con i commercianti europei.
Ma verso la fine del Settecento l’Egitto divenne terra di sanguinose rivolte e Cassis fu costretto a lasciare Il Cairo e a stabilirsi definitivamente nel 1786 a Trieste dove divenne uno dei massimi esponenti del commercio con l’Oriente.
Straricco e ben introdotto tra la nobiltà locale, acquistò prestigiosi patrimoni fondiari e fu il primo proprietario del Teatro Comunale (ora “Teatro Verdi”), commissionò la palazzina a 3 piani di piazza della Borsa angolo via Roma (attuale sede del Credito Italiano) e acquistò da Ambrogio Strohlendorf Villa Anonima, a quei tempi vicinissima al mare in quanto non era stata ancora interrata la zona delle future rive. Ribattezzata Villa Cassis, si ergeva al centro di un immenso parco alla base del colle san Vito, allora costituito da appezzamenti coltivati e ameni sentieri fra alberi secolari.
teteDopo aver ristrutturato gli interni con gusto orientale e portandovi una strepitosa collezione di quadri e opere d’arte, delegò al capomastro Giacomo Marchini la creazione di uno spettacolare giardino con aranceti, pergolati, viti, statue e fontane con giochi d’acqua per sorprendere il fior fiore della nobiltà cittadina ospitata in questa splendida dimora degna del palazzo da Le Mille e una notte.

Assieme alla consorte Tecla Ghebara, con al seguito dei piccoli moretti, passeggiavano per il Corso Italia ornati da appariscenti costumi d’epoca con tanto di turbante e scimitarra per lui e vistosissime mise con gioielli assortiti per lei.
Con l’andar del tempo però le fortune di Cassis Faraone si ridussero progressivamente: alcune proprietà immobiliari furono vendute e una parte delle sue favolose collezioni finirono in mano dei più famosi antiquari londinesi e francesi e dopo una brevissima malattia, il 23 novembre 1805 l’eccentrico Conte morì lasciando tuttavia una cospicua eredità.
King_Jerome_BonaparteLa villa viene venduta nel 1820 a Gerolamo Bonaparte, fratello di Napoleone, Re di Westfalia e Principe di Montfort, da cui deriva il nome successivo di “Villa Principe Bonaparte” e sarà il luogo di nascita di Letizia e Girolamo Napoleone, rifugio dei napoleonidi in esilio, ritrovo dell’alta società e della cultura non solo triestina, ma europea nella prima metà dell’Ottocento.
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I Bonaparte trasformano la facciata con l’inserimento dell’orologio nel timpano centrale con una piccola nicchia in origine destinata ad una campana, sistemano delle aquile napoleoniche che decorano i camini della sala maggiore e riducono la villa di estensione a causa dell’apertura nel 1814 della strada lungo il lato destro. La moglie, principessa Caterina, fa costruire pergole con vista su tutto il golfo, una cappella, un teatro e arredi sontuosi, togliendo quelli di gusto asiatico di Cassis Faraone oltre alle statue gigantesche e le piante esotiche.

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Nel 1827 l’edificio passa in proprietà al ginevrino Alfonso Teodoro Carlo Francesco de Necker, titolare di una ditta di cambio e console di Svizzera a Trieste. Da questa data la villa assume il nome di “Villa Necker” e il parco viene radicalmente trasformato dal botanico Giuseppe Ruchinger di Monaco.
villa Necker2Nel 1851 la proprietà viene venduta al Comando della Marina Asburgica dove viene allestito un ospedale per ufficiali e soldati decorati, reduci dalla battaglia di Solferino per poi diventare la residenza del comandante del distretto marittimo, Leopoldo de Jedina e nel 1918 passa allo Stato Italiano, diventando sede del Comando Militare Regionale Friuli Venezia Giulia e Circolo Ufficiali.

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