I giorni di Trieste: 1920 – L’incendio del Narodni Dom

I giorni di Trieste: La città delle nazionalità
Teatro Verdi 26/01/2014
Prof.ssa Marta Verginella

Un clima di contrapposizione tra le nazionalità si instaura a Trieste nella seconda metà dell’Ottocento: lo schieramento italiano ha il primato politico mentre quello sloveno sconta una condizione di subalternità ed esclusione dai centri di potere.
La fine della prima guerra mondiale, con la dissoluzione dell’Impero asburgico e l’inclusione di Trieste nel Regno d’Italia, muta radicalmente la natura del conflitto tra italiani e sloveni. Nel 1920 l’incendio del Narodni Dom pone fine all’ascesa economica e sociale della popolazione slovena e allontana ogni possibilità di sovvertire i rapporti di forza tra nazione dominata e nazione dominante.

Ma com’era strutturata la comunità slovena?

viadellecandeleanni202-viNel ‘700 ci sono le prime ondate migratorie da Carnia, Gorizia, Stiria Inferiore e Carinizia, e gli sloveni si assimilavano e confondevano con l’elemento maggioritario italiano; sono soprattutto inservienti ma c’è anche qualche commerciante. Non formano ancora un vero e proprio gruppo etnico, sono ancora frammentati e tendono a stare per conto proprio.
Figura importante della comunità fu Giovanni Kalister  (1806-1864), ricco commerciante e borsista figlio di contadini che costruì un patrimonio economico in 3 decenni, fu il primo finanziatore dei circoli culturali sloveni, mentre i figli fecero parte della nascente borghesia slovena (il figlio Francesco fece costruire Palazzo Kalister).
Nel 1848 dopo la “primavera dei popoli” gli sloveni acquisirono una moderna coscienza nazionale e rivendicarono un’autonomia politica, fondarono nella Galleria del Tergesteo, la prima società slava, lo Slavljansko drustvo, e l’anno dopo il primo giornale in lingua slovena, lo Slavljanski Rodoljub (Il Patriota slavo).
Le posizioni riguardanti la questiona nazionale erano profondamente diverse però, una parte sosteneva l’attività culturale del circolo, mentre l’altra accolse invece con gran favore il programma politico della Slovenia Unità (Zedinjena Slovenija), ovvero l’unione amministrativa di tutto il territorio su cui risiedeva la popolazione slovena (Carniola, Carinzia, Stiria inferiore, Litorale austriaco) e parificare lo sloveno come una delle lingue ufficiali. L’impulso però era flebile e si dissolse in un nulla di fatto.
Dopo il 1848 l’insegnamento della lingua slovena nelle scuole cittadine e l’uso negli uffici pubblici comunali diventa uno dei punti fondamentali del movimento nazionale sloveno, mentre la maggioranza italiana nega ogni riconoscimento dei diritti linguistici della minoranza, nonostante le leggi austriache lo imponessero.
Gli sloveni scontavano ancora una posizione di subalternità ed esclusione dai centri di potere locale, nonostante l’aumento della popolazione slovena nel centro urbano che ormai raggiungeva un quarto della popolazione totale.
Nel 1861 fu fondata in città la Slavjanska citalnica, la prima sala di letture slava, mentre nel 1866 fu fondata la Scuola della Società dei Santi Cirillo e Metodio, nel rione cittadino di San Giacomo, la prima scuola elementare privata con lingua d’insegnamento slovena. Le autorità locali continuano con il divieto e questo non fa altro che dare ulteriore spinta all’attività politica della comunità slovena.
Edinost1876Nel 1874 nasce a San Giovanni l’associazione patriottica Edinost, fondata da Ivan Dolinar, che nel 1876 si dota dell’omonimo periodico in lingua slovena che uscì poi a Trieste come quotidiano.
L’esclusione della minoranza dalla sfera pubblica contribuì alla costituzione di una comunità minoritaria, economicamente e culturalmente sempre più autonoma, organizzata in forma parallela e chiusa. Con una fitta rete di circoli, cooperative, scuole e asili privati, banche, società commerciali si costituì una comunità sempre più rigida ed inclusiva. Il mancato riconoscimento dai diritti linguistici alimentò nella popolazione slovena la convinzione di appartenere a una comunità ingiustamente vituperata.
La comunità slovena comincia ad essere anche autosufficiente grazie alla fondazione della Jadranska banka (Banca Adriatica), un istituto capace di sostenere le iniziative imprenditoriali della borghesia slovena (bancarie, postali, turistiche…) e fu il simbolo evidente dell’ascesa economica e sociale della comunità slovena.
Questa ascesa finanziaria porta nel 1902 a decidere la costruzione del Narodni Dom da parte di un gruppo di imprenditori finanziati della Cassa di Risparmio Slovena, un edificio considerato all’epoca la sede culturale e commerciale degli sloveni di Trieste.

Perché fu costruito il Narodni Dom?

Perché noi sloveni avessimo finalmente un territorio tanto atteso, un rifugio solo per noi, dove incontrarci e dove non ci caccerà più nessuno e non supplicheremo la concessione di nostri spazi, tutto questo ormai appartiene al passato.

Ma cos’è il Narodni Dom?

(vedi Narodni Dom) Un microcosmo della realtà slovena, un edificio dove trovano sede diverse associazioni della comunità slovena (Narodni Dom significa Casa della Cultura), un piccolo teatro con galleria, una banca, una palestra, una stamperia, due caffè, due ristoranti, un albergo ed un gran numero di appartamenti.

Come si arriva all’incendio?

L’ascesa economica e la presa di coscienza linguistica e culturale della comunità slovena è vista con qualche malumore dai triestini.
Il 13 luglio del 1920 durante un comizio di Francesco Giunta (Segretario del Partito Fascista) fu accoltellato e morì Giovanni Nini e dal palco si annunciò che un italiano era stato ucciso da uno slavo.  Gruppi di manifestanti lasciarono la piazza, danneggiando negozi gestiti da sloveni, assaltando sedi di organizzazioni slave e socialiste, prendendo a sassaiole la sede del consolato jugoslavo di via Mazzini, e devastando gli studi di diversi professionisti.

La folla si riunì presso il Narodni dom e iniziarono ad assediare l’edificio da ogni lato, circondato da oltre 400 fra soldati, carabinieri e guardie per mantenere l’ordine. Dal terzo piano dell’edificio fu lanciata una bomba a mano, cui seguì una scarica di colpi di fucile contro la folla, ferendo otto persone e uccidendo Luigi Casciana, tenente dei carabinieri, a quel punto anche i militari risposero al fuoco verso l’edificio. Da qui la ricostruzione della dinamica dei fatti è controversa, i fascisti forzarono le porte dell’edificio, vi gettarono all’interno alcune taniche di benzina e diedero fuoco, dopodiché impedirono ai pompieri di spegnere l’incendio.
Tutti gli ospiti del Narodni Dom riuscirono a salvarsi, ad esclusione del farmacista Hugo Roblek.

Dopo l’incendio:

L’edificio, devastato dal fuoco e completamente distrutto all’interno,  fu espropriato alle organizzazioni slovene.
Questo fu solo l’inizio di una lunga catena di atti intimidatori verso la comunità slovena, l’ascesa del fascismo portò varie conseguenze come il cambio dei cognomi, lo scioglimento delle associazioni slovene nel 1927, il divieto di comunicare in sloveno e la chiusura di Edinost nel 1938. Per gli sloveni a Trieste si aprì la strada dell’esilio, perché chi restava era ridotto al silenzio o finiva al confino.

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Informazioni su danieledemarco

La storia di Trieste attraverso i suoi palazzi, monumenti, targhe, vie e piazze. - Daniele De Marco http://scoprendotrieste.it
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2 risposte a I giorni di Trieste: 1920 – L’incendio del Narodni Dom

  1. Salvatore Cicala ha detto:

    Pasquino Triestino:
    Per fortuna xe passai quei tempi bruti,
    desso se missiemo quasi tuti,
    digo:se in cussì pochi ani tanto xe cambià,
    basta ancora un fià ,e tuto sarà dimentica!
    e se te parlerà per zacai o in sicilian,
    se poderà lo stesso strenzerse la man!

  2. carlo cesare montani ha detto:

    HOTEL BALKAN: L’INCENDIO DEL 13 LUGLIO 1920
    Un autentico falso storico pervicace e strumentale

    Nel luglio del 2010, in occasione del conclamato “concerto dell’amicizia” tenutosi a Trieste e diretto dal Maestro Riccardo Muti in Piazza dell’Unità davanti ai Presidenti di Italia, Croazia e Slovenia, Giorgio Napolitano volle omaggiare la lapide posta sulla facciata dell’ex-Hotel Balkan deponendovi una corona il cui nastro era scritto soltanto in sloveno, ed accompagnandola con una carezza. In quella circostanza, al pari di altre, la verità storica venne nuovamente disattesa, se non anche oltraggiata.

    Oltre tutto, a fronte delle pressioni e delle pretese slave non si seppe e non si volle cogliere l’occasione per un doveroso passaggio comune alla Foiba di Basovizza, e quindi l’ossequio al Balkan da parte di Napolitano (assieme al Presidente croato Ivo Josipovic ed allo sloveno Danilo Türk ) fu un atto oggettivamente immotivato: ciò, alla luce di un evento storico stravolto e strumentalizzato dai mezzi d’informazione, tanto che il TG3 – per fare un solo esempio emblematico – parlò di una fantomatica “strage del Balkan” di matrice fascista: cosa che non era mai avvenuta, ma che ha continuato ad essere oggetto di una vulgata menzognera, giunta sino ai nostri giorni.

    Purtroppo, sono state parecchie le occasioni in cui l’Italia ha espresso, nei confronti delle Repubbliche ex-jugoslave (e non solo di quelle), una posizione subordinata conforme alla sua inveterata tendenza ricordata più volte dall’Ambasciatore Gianfranco Giorgolo: quella di “essere bravissima nel fare gli interessi degli altri” ben oltre le forme e le consuetudini diplomatiche.

    Tale atteggiamento si è ripetuto, fra l’altro, in occasione delle visite rese a Roma dai Presidenti sloveno e croato durante la crisi di Governo del maggio 2018, che si sarebbero potute rinviare di comune accordo, mentre vennero confermate per la precisa volontà di Sergio Mattarella; ma era già avvenuto spesso e volentieri, in specie durante le visite dei Presidenti o di Ministri italiani nella ex Jugoslavia. Al riguardo, basti citare, tra gli episodi più famosi (1), il bacio di Pertini alla bandiera con la stella rossa e le sue genuflessioni sulla tomba di Tito; la partecipazione dello stesso Napolitano alle celebrazioni veterocomuniste di Pola; l’elargizione di 500 miliardi di vecchie lire che il Governo Goria concesse alla Jugoslavia, ormai sull’orlo della bancarotta, nel cosiddetto “viaggio della merla” (gennaio 1988).

    Quanto al Balkan, Il 13 luglio 1920 l’edificio triestino dell’omonimo Hotel, sede del Centro di cultura sloveno, andò a fuoco nel corso di una manifestazione di protesta a seguito dei fatti di Spalato immediatamente precedenti, in cui erano stati uccisi da mano slava il Comandante Tommaso Gulli (Medaglia d’Oro al Valore) ed il motorista Aldo Rossi (Medaglia d’Argento), e di quelli appena occorsi a Trieste nell’odierna Piazza dell’Unità, dove il giovane italiano Giovanni Nini fu pugnalato a morte da un serbo (2), mentre altri (come il fuochista Antonio Raikovic – poi costretto ad una lunga degenza) vennero feriti.

    Le cronache dell’epoca, tra cui quella ufficiale della R. Guardia di Finanza (3), unitamente alle diverse testimonianze, hanno attestato che la cosiddetta “strage” ebbe una sola Vittima slovena, ma non certo per mano italiana: si trattava del Dr. Hugo Roblek, un farmacista di Bled lanciatosi dalla finestra senza attendere l’aiuto dei Vigili del Fuoco (4). Sotto il Balkan, invece, venne ridotto in fin di vita il tenente Luigi Casciana che sarebbe spirato poche ore dopo in ospedale: dalle finestre, e persino dai tetti dell’edificio, erano state lanciate almeno due bombe a mano, una delle quali aveva ferito mortalmente lo sventurato militare italiano, ed erano stati sparati diversi colpi di fucile e di rivoltella.

    A dispetto della sua matrice ufficiale di Centro della cultura e locale di ritrovo (assieme all’albergo erano in funzione un caffè ed un ristorante), il Balkan era diventato una vera e propria santabarbara che ospitava armi ed esplosivi di varia natura, con quali scopi eversivi non è difficile immaginare. Del resto, già dal 1910 l’organo triestino d’informazione slovena “Edinost” non aveva fatto mistero del programma di “non desistere” fino al raggiungimento dell’obiettivo dichiarato: quello di “mettere definitivamente sotto i piedi la nazionalità italiana”.

    Ciò spiega le ragioni per cui il palazzo andò repentinamente a fuoco dopo l’intervento delle forze dell’ordine (era presente un reparto della R. Guardia, forte di 250 uomini agli ordini di Francesco Crispo Moncada, poi diventati 550 a seguito dell’arrivo di rinforzi) che risposero doverosamente ai predetti atti di guerriglia provenienti dall’interno; in qualche misura, anche a titolo di prevenzione e controllo nei confronti di ogni possibile violenza dei dimostranti, motivata dalla tensione indotta dai fatti di Spalato e della piazza triestina.

    Altre fonti affermano che la forza pubblica avrebbe presidiato l’edificio permettendo solo all’ultimo momento l’uscita di coloro che, in caso contrario, sarebbero stati “arsi dalle fiamme e soffocati dal fumo” (5) ma la tesi è obiettivamente infondata perché gli ospiti del Balkan si erano fatti premura di abbandonare tempestivamente la struttura utilizzando uscite retrostanti, ancor prima che l’incendio fosse scoppiato (6).

    Resta il fatto che, a fronte dei quattro Caduti italiani Vittime degli slavi, nessuno di questi ultimi venne ucciso per mano italiana, perché lo stesso Dr. Roblek (che evidentemente non aveva optato in tempo utile per l’uscita di servizio) si gettò dalla finestra di sua iniziativa, nel timore che l’aiuto dei Vigili non giungesse in tempo utile.

    Concludendo, in una corretta prospettiva storica parlare di “strage fascista” costituisce un vero e proprio falso. Nondimeno, la vulgata è sempre viva e vegeta.

    La menzogna “è lì che parla a chi la vuol sentire” e risulta a più forte ragione ovvia, tenuto conto che il primo Governo Mussolini sarebbe stato costituito a distanza di oltre due anni dall’incendio del Balkan. All’epoca, era in carica quello di Giovanni Giolitti, che nei giorni immediatamente successivi riferì in Consiglio dei Ministri circa la “situazione determinatasi sull’altra sponda, dopo la brutale aggressione di Spalato e le provocazioni jugoslave a Trieste”. Ecco un giudizio dell’Italia liberale prefascista che nella sua efficace sintesi non ha bisogno di ulteriori commenti.

    Allora, si persegua pure una politica di cordiale intesa nel comune interesse, ma senza ulteriori stravolgimenti della storia che non giovano a chicchessia; tanto meno, al buon vicinato. In questa ottica, è auspicabile che le massime Autorità dello Stato e degli Enti locali si astengano da ulteriori omaggi al Balkan, la cui iterazione diventerebbe grottesca, e per taluni aspetti, quanto meno amorale: “errare humanum est, sed perseverare diabolicum”.

    Carlo Cesare Montani
    Storico, Esule fiumano

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