Hotel Balkan o Narodni Dom

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In Via Filzi 14 troviamo l’ex Hotel Balkan, o Narodni Dom, ora sede della Scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori (SSLMIT) dell’Università di Trieste, costruito nel 1902-1904 dall’architetto Max Fabiani.

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Il 2 Ottobre 1902 la Trzaska Posojilnica in Hranilnica (Cassa Depositi e Prestiti slovena) richiede il permesso di costruire una casa ad abitazione cittadina con inclusa la sua sede, che si affacciasse su Piazza della Caserma (oggi Piazza Oberdan, dopo la costruzione di Palazzo Vianello non si affaccia più sulla piazza ma su Via Filzi).

1900.Trieste.-Narodni-DomIl progetto definitivo prevede un edificio in parte destinato ad abitazioni, in parte a diverse associazioni della comunità slovena (il Narodni Dom, Casa della Cultura) che sta prendendo coscienza, non senza malumori dei triestini, della sua individualità linguistica e culturale.

Il 18 Aprile 1903 comincia la costruzione dell’edificio, con il Narodni Dom si realizza un grande centro comunitario, dove si concentra la vita economica, politica, culturale, artistica e sociale della minoranza slovena, molto attiva agli inizi del secolo, è il primo esempio di struttura polifunzionale in Italia e in Europa, conteneva infatti un piccolo teatro con galleria, una banca, una palestra, due caffè, due ristoranti, un albergo ed un considerevole numero di appartamenti, il tutto distribuito in maniera articolata intorno ad un cavedio (piccolo cortile) centrale.

NDom-001L’immobile, a pianta quadrata con un cortile centrale, era caratterizzato da una grande razionalità e funzionalità nella distribuzione degli spazi interni.
Al piano terra si trovava il grande atrio, un ingresso in stile Secessione ornato con vetrate realizzate da Koloman Moser, il ristorante, il caffè, le sale di rappresentanza su due piani, la palestra con i servizi; da una doppia scala monumentale si accedeva alla platea del teatro, decorato da Pietro Lucano.
Al primo piano si giungeva alla galleria del teatro, coperto da un lucernaio, la stamperia, la Cassa di Risparmio, la Mutua e locali destinati alla vita culturale.
Ai piani superiori c’era anche un albergo con 36 stanze singole, 24 matrimoniali e 12 appartamenti, mentre nel sottotetto vi erano gli alloggi per il personale di servizio.
L’esterno semplice ed essenziale, il tradizionale bugnato al primo piano viene sostituito dalla pietra liscia, il resto della facciata è rivestito da mattoni a vista di due tonalità cromatiche diverse, creanti un motivo ornamentale geometrico.

la-storia-del-narodni-dom-o-il-battesimo-dell-L-1Nel luglio del 1920 l’edificio, in un periodo di forti tensioni politiche e sociali (fascismo) che vedono coinvolta anche Trieste, in quanto centro culturale della comunità slovena e simbolo visivo della crescente potenza numerica, economica e culturale che andava acquisendo, venne distrutto da un incendio appiccato da squadristi fascisti, fu quello che Renzo De Felice definì “il vero battesimo dello squadrismo organizzato”.
Le relazioni tra Regno d’Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni erano estremamente tese, infatti la questione di Fiume era ancora aperta e le trattative tra i due stati procedevano in un clima di veti e minacce reciproche. A Trieste era diventato segretario cittadino del Partito Fascista Francesco Giunta che colse a pretesto l’uccisione di due militari italiani a Spalato e convocò un comizio nel tardo pomeriggio del 13 luglio 1920 in piazza dell’Unità con il motto “è finito il tempo del buon Italiano”. La questura prevedeva che nel pomeriggio probabilmente ci sarebbero stati dei disordini, e predispose ingenti misure di protezione delle associazioni politiche, culturali ed economiche slave di Trieste. La tensione era molto alta e Giunta pronunciò un discorso dal tono e dai contenuti estremamente violenti e minacciosi:

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«Ora si deve agire; abbiamo nelle nostre case i pugnali ben affilati e lucidi, che deponemmo pacificamente al finir della guerra, e quei pugnali riprenderemo per la salvezza dell’Italia. I mestatori jugoslavi, i vigliacchi, tutti quelli che non sono con noi ci conosceranno (…)»

Verso la fine del comizio, fu accoltellato mortalmente il cuoco della trattoria Bonavia, Giovanni Nini e dal palco si annunciò che un italiano “ex-combattente” era stato ucciso da uno slavo.  Gruppi di manifestanti lasciarono la piazza, danneggiando negozi gestiti da sloveni, assaltando alcune sedi di organizzazioni slave e socialiste, prendendo a sassaiole la sede del consolato jugoslavo di via Mazzini, e devastando gli studi di diversi professionisti.

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La folla si riunì presso il Narodni dom e iniziarono ad assediare l’edificio da ogni lato, circondato da oltre 400 fra soldati, carabinieri e guardie per mantenere l’ordine. Dal terzo piano dell’edificio fu lanciata una bomba a mano, cui seguì una scarica di colpi di fucile contro la folla, ferendo otto persone e uccidendo Luigi Casciana, tenente dei carabinieri, a quel punto anche i militari risposero al fuoco verso l’edificio. Da qui la ricostruzione della dinamica dei fatti è controversa, i fascisti forzarono le porte dell’edificio, vi gettarono all’interno alcune taniche di benzina e diedero fuoco, dopodiché impedirono ai pompieri di spegnere l’incendio. Image_scre

Alcuni sottolineano le responsabilità dei militari che avevano il compito di proteggere l’edificio, i quali non fermarono gli aggressori, ma di fatto si unirono a loro. Tutti gli ospiti del Narodni Dom riuscirono a salvarsi, ad esclusione del farmacista Hugo Roblek.
L’incendio fu domato completamente solo il giorno successivo.
Giani Stuparich lo chiamò «tragico spettacolo» e segnò in maniera profonda lo scontro etnico e politico tra italiani e sloveni “una visione funesta di crolli e rovine come se qualcosa di assai più feroce della stessa guerra passata minacciasse le fondamenta della nostra civiltà”.

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L’edificio, devastato dal fuoco e completamente distrutto all’interno,  fu espropriato alle organizzazioni slovene (che vennero definitivamente dissolte con decreto nel 1927) e fu rilevato da una società che ristrutturò completamente l’edificio chiamandolo Hotel Regina,  su progetto di Camillo Jona, conservando dell’edificio originale solo le facciate, i marmi dei pavimenti, e una scala con la gabbia dell’ascensore.
Nel 1923 inizia la costruzione di Palazzo Vianello che lo esclude di fatto dalla rinnovata Piazza Oberdan, soffocandolo in Via Filzi.

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Nel 1976 l’edificio viene acquistato dalla Regione  Autonoma Friuli Venezia Giulia e ceduto all’Università degli Studi di Trieste, per diventare la Scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori (SSLMIT), ed è significativo che nell’edificio simbolo dell’inizio della repressione fascista nei confronti della comunità slovena oggi vi sia una facoltà universitaria a sua volta simbolo della fratellanza universale, dove si insegnano le lingue del mondo.

 

 

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La storia di Trieste attraverso i suoi palazzi, monumenti, targhe, vie e piazze. - Daniele De Marco http://scoprendotrieste.it
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3 risposte a Hotel Balkan o Narodni Dom

  1. Pingback: I giorni di Trieste: 1920 – L’incendio del Narodni Dom | Il blog di Daniele De Marco

  2. Bobo ha detto:

    Dal Narodni non fu lanciata nessuna bomba, è la solita bufalanazional- itagliota. Le sedi slovene furono bersaglio delle aggressioni italiane, già prima della grande guerra e il Narodni dom fu da sempre una spina nel fianco nel mito di Trieste italianissima. Prima o poi i fascisti l’avrebbero comunque assaltato e distrutto.

  3. carlo cesare montani ha detto:

    HOTEL BALKAN: L’INCENDIO TRIESTINO DEL 13 LUGLIO 1920
    Un falso storico pervicace e strumentale

    Nel luglio del 2010, in occasione del cosiddetto “concerto dell’amicizia” diretto dal Maestro Riccardo Muti in Piazza dell’Unità, con l’intervento dei Presidenti di Italia, Croazia e Slovenia, e del contestuale omaggio congiunto alla lapide dell’Hotel Balkan, la verità storica venne nuovamente disattesa, se non anche oltraggiata.

    A parte il fatto che non si colse l’occasione per un omaggio congiunto alla Foiba di Basovizza nel quadro di una conclamata riconciliazione, peraltro già acquisita, l’ossequio al Balkan da parte del Presidente Napolitano (assieme agli omologhi Josipovic e Turk) fu un atto oggettivamente immotivato: ciò, alla luce di eventi storici stravolti dai mezzi d’informazione, tanto che il TG3 – per fare un solo esempio emblematico – parlò di una fantomatica “strage del Balkan” di matrice fascista, che non era mai avvenuta.

    Si tratta di una sceneggiata ripetitiva, perché sono parecchie le occasioni in cui l’Italia esprime, nei confronti delle Repubbliche ex-jugoslave, una subordinazione immotivata che trascende ogni forma e consuetudine diplomatica: è accaduto in occasione delle visite a Roma dei Presidenti sloveno e croato durante la crisi di Governo del maggio 2018, ma era già avvenuto spesso e volentieri durante quelle dei Presidenti italiani nella ex Jugoslavia: basti citare, tra gli episodi più famosi, il bacio di Pertini alla bandiera con la stessa rossa e le sue genuflessioni sulla tomba di Tito, o la partecipazione dello stesso Napolitano alle celebrazioni veterocomuniste di Pola.

    Il 13 luglio 1920 l’edificio triestino del Balkan, sede del Centro di cultura sloveno, andò a fuoco nel corso di una manifestazione di protesta a seguito dei fatti di Spalato in cui erano stati uccisi il Comandante Tommaso Gulli ed il motorista Aldo Rossi, e di quelli appena occorsi in Piazza dell’Unità, dove cadde un giovane italiano, Giovanni Nini, ed altri furono feriti, tutti per colpi d’arma da fuoco.

    Le cronache dell’epoca (tra cui quella ufficiale della Guardia di Finanza, come da nota 13771 del 14 luglio 1920) attestano che la “strage” ebbe una sola Vittima slovena: il Dr. Hugo Roblek di Bled, lanciatosi dalla finestra senza attendere l’aiuto dei Vigili del Fuoco. In piazza, venne ferito a morte il tenente Luigi Casciana, presente a titolo privato tra la folla (dalle finestre dell’edificio era stata lanciata una bomba a mano, ed erano stati sparati diversi colpi di fucile).

    Sta di fatto che il Balkan, a dispetto della sua matrice ufficiale di Centro della cultura, era diventato una vera e propria santabarbara, con quali scopi non è difficile immaginare. Ciò spiega le ragioni per cui andò rapidamente a fuoco dopo l’intervento delle forze dell’ordine, in risposta agli atti di guerriglia di cui sopra (era presente un reparto della Guardia, agli ordini di Francesco Crispo Moncada).

    Nella prospettiva storica, parlare di “strage fascista” è nella sostanza delle cose un vero e proprio falso, anche a prescindere dal fatto che il primo Governo Mussolini sarebbe stato costituito a distanza di oltre due anni dai fatti: all’epoca, era in carica quello di Giolitti, che nei giorni successivi riferì in Consiglio dei Ministri circa la “situazione determinatasi sull’altra sponda, dopo la brutale aggressione di Spalato e le provocazioni jugoslave a Trieste”. Ecco un giudizio dell’Italia liberale prefascista che nella sua esemplare sintesi non ha bisogno di ulteriori commenti.

    Ebbene, si persegua pure una politica di cordiale intesa nel comune interesse, ma senza ulteriori stravolgimenti della storia che non giovano a chicchessia; tanto meno, al buon vicinato.

    Carlo Cesare Montani

    TAG

    Riccardo Muti, Giorgio Napolitano, Ivo Josipovic, Danilo Turk, Sandro Pertini, Maresciallo Tito, Tommaso Gulli, Aldo Rossi, Giovanni Nini, Luigi Casciana, Francesco Crispo Moncada, Benito Mussolini, Giovanni Giolitti, Carlo Cesare Montani.

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